La facoltà di pensare e parlare

Mein Fall ist, in Kürze, dieser: Es ist mir völlig die Fähigkeit abhanden gekommen, über irgend etwas zusammenhängend zu denken oder su sprechen“.
[In breve, questa è la mia situazione: ho del tutto perduto la facoltà di pensare e parlare con logica coerenza su qualsiasi cosa.]

Questo è il passaggio cruciale della Lettera di Lord Chandos [Der Brief des Lord Chandos, 1902], di Hugo von Hofmannsthal.
Cent’anni fa un letterato quasi trentenne, viennese, sollevava la questione dell’inadeguatezza del linguaggio, a partire da uno stato di crisi personale. Oggi la “facoltà di pensare e parlare con logica” pare l’abbiano smarrita tutti quelli che hanno responsabilità pubbliche. Ma non si sentono affatto in crisi. Al contrario, si sentono comunicatori e così vengono definiti dagli esperti.

#ichbinlordchandos

I confini dell’imbecillità

Il social media, dice Eco, danno agli imbecilli la possibilità di parlare. Anzi, di scrivere. Ciò che si scrive rimane, non è la chiacchiera al bar; e di condivisione in condivisione inizia le sue passeggiate nella rete. Ma l’errore, dicevano gli illuministi a sostegno della libertà di stampa, ha tutto da perdere nell’essere diffuso.
L’immagine qui sotto è un esempio dell’imbecillità con cui abbiamo a che fare. O di un tipo assai particolare di imbecillità, una delle più odiose.
Bene: in questi casi io invece sono grato al web, perché mi dà la possibilità di capire quanto vasti possono  essere i confini di tale imbecillità. Quanto inzuppate dentro immagini melmose sono le menti di molte persone, che sono parte della mia storia e della mia cultura. E me lo fa capire chiaramente, visivamente, immediatamente.
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Il design come gioco (and nothingmore)

Ho scritto un libro dal titolo Gioco, Dialogo, Design. Per cogliere l’argomentazione principale del libro occorre rileggere questo titolo al contrario: il design ha da essere dialogico, e il dialogo va inteso sul modello del gioco.

Se mi guardo in giro, però, vedo che accade per lo più un’altra cosa. Accade che il design viene inteso dai designer (e dalle aziende) solo come un gioco, ignorando del tutto la sua possibile e, per me, priotitaria vocazione dialogica.

Atti, artefatti

ACCAME  - opera-index2bigNegli studi semiotici si discute (e si litiga, teoricamente) se bisogna parlare di segno, o di parola, o di frase o enunciato, o di testo. Discussioni legittime e feconde, da cui ad esempio si impara a non essere generici, ché un conto è ragionare sul senso contenuto in una parola e un altro sul senso contenuto in un testo.

Però, poi, a dire il vero, queste distinzioni potremmo anche impacchettarle e metterle in uno scaffale e lasciarle lì, in archivio. Perché al di fuori del metalinguaggio non hanno ragion d’essere. Ciò di cui la semiotica ha da occuparsi è pur sempre un atto semiosico, e in questa accezione una parola è un testo, un testo è un enunciato, un enunciato è anche una sola parola. E tutti questi segmenti altro non sono che artefatti cognitivi e di mediazione. Infatti, se qualcosa ha carattere di segno, esso si espande e si traduce ben oltre i propri confini. (Come le “Nuvole” di Vincenzo Accame, nell’immagine qui sopra)