Pubblicare, esporsi

Pubblicare, esporsi

A proposito dell’anomala presentazione del numero 28 di Progetto Grafico“Pubblicare”. E di un disegno di Giovanni Anceschi (quello nell’immagine d’apertura).

Parafrasando un noto e profetico aforisma di Andy Warhol, diciamo che nell’epoca del Web tutti saranno autori per 15 minuti. Il Web offre a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di avere il proprio momento di notorietà in quanto autore di un qualsiasi testo.
La cosa, a dire il vero, non ha molta importanza. Però porta alla piena evidenza un principio: chi pubblica cerca un pubblico.
Ma se prima del Web pubblicare voleva dire presentare ad altri il prodotto di un proprio lavoro, rendere di tutti ciò che è di uno solo, forse oggi pubblicare vuol dire anche – e soprattutto – un’altra cosa: esporsi.
Esporsi vuol dire essere , quasi fisicamente, certamente con una parte della tua mente e sensibilità, insieme a quello che hai appena scritto e pubblicato schiacciando il tasto “Pubblica” (comunque si chiami). Lì come un San Sebastiano esposto alle frecce di chi ha subito di ribattere, di chi non ti ha capito, di chi entra con la sua scrittura dentro la tua scrittura.
E questo è bello, perché i testi diventano inevitabilmente dialogici: sono un’azione che attende una reazione, che ti arriva in faccia e subito. Esposti e dialogici, i testi sono pur sempre racchiusi dentro margini, ma ora la loro recinzione ha sempre un lato aperto. Non è detto che arrivino frecce; e non è detto che sia un bene che arrivino fiori. La pratica del dialogo non è né guerra né amicizia. È mettere in atto un principio semiotico ed epistemologico che abbiamo quasi del tutto dimenticato: che il pensare è necessariamente un  “pensare insieme”.

Gérard Genette, più di ogni altro, ci ha mostrato e dimostrato che nessun testo ha vita autonoma e che la transtestualità è un principio che appartiene alla nozione di testo così come il sale appartiene al mare. I testi si attraversano già di per sé.
Non sappiamo ancora bene come sarà il futuro del libro. Sappiamo che nel nostro presente il futuro delle tecnologie dura poco, che diventa presto passato. Ma io voglio sperare che gli strumenti con cui scriveremo, pubblicheremo e leggeremo – compresi i libri –, mettano sempre più in evidenza questo principio dialogico applicato al pubblicare. E che in questo modo si faccia strada – come suggerisce lo scienziato ed epistemologo David Bohm – un atteggiamento nei confronti del mondo fondato sulla “sospensione” di assunti, presupposti e convinzioni.

Pubblicare, vuol dire far entrare gli altri nella propria scrittura.

La facoltà di pensare e parlare

Mein Fall ist, in Kürze, dieser: Es ist mir völlig die Fähigkeit abhanden gekommen, über irgend etwas zusammenhängend zu denken oder su sprechen“.
[In breve, questa è la mia situazione: ho del tutto perduto la facoltà di pensare e parlare con logica coerenza su qualsiasi cosa.]

Questo è il passaggio cruciale della Lettera di Lord Chandos [Der Brief des Lord Chandos, 1902], di Hugo von Hofmannsthal.
Cent’anni fa un letterato quasi trentenne, viennese, sollevava la questione dell’inadeguatezza del linguaggio, a partire da uno stato di crisi personale. Oggi la “facoltà di pensare e parlare con logica” pare l’abbiano smarrita tutti quelli che hanno responsabilità pubbliche. Ma non si sentono affatto in crisi. Al contrario, si sentono comunicatori e così vengono definiti dagli esperti.

#ichbinlordchandos

I confini dell’imbecillità

Il social media, dice Eco, danno agli imbecilli la possibilità di parlare. Anzi, di scrivere. Ciò che si scrive rimane, non è la chiacchiera al bar; e di condivisione in condivisione inizia le sue passeggiate nella rete. Ma l’errore, dicevano gli illuministi a sostegno della libertà di stampa, ha tutto da perdere nell’essere diffuso.
L’immagine qui sotto è un esempio dell’imbecillità con cui abbiamo a che fare. O di un tipo assai particolare di imbecillità, una delle più odiose.
Bene: in questi casi io invece sono grato al web, perché mi dà la possibilità di capire quanto vasti possono  essere i confini di tale imbecillità. Quanto inzuppate dentro immagini melmose sono le menti di molte persone, che sono parte della mia storia e della mia cultura. E me lo fa capire chiaramente, visivamente, immediatamente.
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Il design come gioco (and nothingmore)

Ho scritto un libro dal titolo Gioco, Dialogo, Design. Per cogliere l’argomentazione principale del libro occorre rileggere questo titolo al contrario: il design ha da essere dialogico, e il dialogo va inteso sul modello del gioco.

Se mi guardo in giro, però, vedo che accade per lo più un’altra cosa. Accade che il design viene inteso dai designer (e dalle aziende) solo come un gioco, ignorando del tutto la sua possibile e, per me, priotitaria vocazione dialogica.